L'Economist di questa settimana che va giù pesante su fair trade e shopping "conscious" (anche biologico e locale tra i destinatari delle tranvate)
L'articolo lo trovate qui (
http://www.economist.com/world/international/displayStory.cfm?story_id=8380592),
I primi echi in Italia si trovano sul Foglio di sabato 9 dicembre (
http://www.ilfoglio.it/, è a pag.2 o sul
blog di Carlo Stagnaro autore dell'articolo ) e sul blog
http://www.aconservativemind.blogspot.com/ (di Fausto Carioti, giornalista di Libero)
Avevo cercato in precedenza analisi critiche del Commercio Equo, l'articolo dell'Economist è una buona occasione. Sul bio e local non mi esprimo, anche se il giudizio dell'Economist sull'ipermercato come metodo ottimo anche ecologicamente di distribuzione potrebbe essere rivisto dopo un giro del Raccordo Anulare di Roma con soste a Granai, Romanina, Rustica, Bufalotta e una breve deviazione verso il Centro Leonardo.
L'articolo dell'Economist è un segno che il commercio equo inizia a contare ad essere "scomodo". Un dibattito pubblico e quanto più possibile informato può essere utile a superare e affrontare meglio la crescita del commercio equo.
Approfitto della sintesi di Carlo Stagnaro per qualche umile controdeduzione. L'argomento merita un'analisi più approfondita e spero che no riceva come sole risposte grida contro i liberisti selvaggi.
More to come appena recupero tutto il materiale
"Quattro sono le obiezioni dell’Economist: in primo luogo, l’aumento dei prezzi di beni come il caffè ne incoraggia la coltivazione, contribuendo così ad abbassare ulteriormente i prezzi di mercato e disincentivando la diversificazione. Quindi, per aiutare alcuni agricoltori, si fa del male a tutti gli altri. "- il commercio equo non si limita a fornire un sovrapprezzo al produttore ma cerca di garantire assistenza tecnica, educazione, garanzie di qualità del lavoro e stabilità degli investimenti sulle tecniche di coltivazione e qualità del prodotto.
- interviene su strutture di mercato sbilanciate dal lato della domanda intermedia (grosse centrali di acquisto di fronte a una miriade di piccoli produttori): l'esistenza di un compratore "migliore" influenza anche le altre centrali di acquisto (vedi gli sforzi di Chiquita & Co. di ripulirsi l'immagine dal lato diritti dei lavoratori)
- spesso gli interventi del commercio equo cercano proprio di favorire il superamento delle monoculture, incentivando il recupero di coltivazioni tradizionali o attività artigianali collaterali (può essere utile per un giudizio informato la
lista dei produttori del sito di Altro Mercato )
Inoltre, la certificazione equa e solidale viene di norma concessa sulla base di pregiudizi politici, e in particolare tende a favorire le cooperative, escludendo le imprese famigliari.
- Se si ritiene utile il fair trade questo argomento dovrebbe portare ad esplicitae meglio e migliorare i criteri di selezione (perchè devo sussidiare le arance cubane? che garanzie ho sull'Ong poduttrice di cuscus palestinese?) Se si ritiene il fair trade negativo "per se" non è un argomento decisivo
Favorire le cooperative favorite rispetto alle imprese familiari, oltre al principio pratico di limitare il numero di interlocutori per le centrali di acquisto, può incentivare processi di aggregazione, aiuto tra i produttori e irrobustire i produttori stessi (vale per le banche italiche, non vale per gli agricoltori?)
Terzo, l’esistenza di un prezzo minimo allenta la tensione verso il miglioramento delle pratiche agricole. Umilmente, chi è ai limiti della sussistenza è in trappola e non migliora. Ha bisogno di un minimo di capitale e di margine per poter investire nel miglioramento delle tecniche
Infine, solo il 10 per cento della rendita equa e solidale va ai presunti beneficiari: il resto rimane a distributori e rivenditori.
Anche questo non è un argomento "assoluto". Vuol dire che bisogna migliorare la ripartizione del "sovrapprezzo equo e solidale". La cifra del 10 per cento non quadra con quanto si può verificare per la realtà italiana analizzando ad es. il sito di
CTM-Altromercato che riporta in maniera trasparente la composizione del prezzo di ogni prodotto dal produttore al consumatore finale.
continua....(e intanto una conversazione civilissima sull'argomento la trovate
qui